Il Cimitero degli inglesi a Firenze: oasi di pace dalle tante contraddizioni

A Firenze c’è un luogo d’altri tempi, un luogo avvolto nel mistero dalle nebbie del tempo: è come un cammeo ottocentesco nel cuore della città, un’isola di pace dalla forma ovale con una collina al centro – probabilmente in origine una tomba etrusca – e vi si ergono sopra senza regola, statue in marmo, colonne, croci, sarcofagi, obelischi e cipressi; un luogo suggestivo che ha ispirato poeti e musicisti. E’ il Cimitero degli inglesi, anzi meglio, il Cimitero protestante detto degli inglesi, in piazza Donatello, che tutti semplicemente conoscono come il luogo dove sono sepolti artisti, poeti famosi, personaggi della cultura, che seppur di diversa nazionalità e religione, nell’Ottocento vissero a Firenze e amarono tanto la città da rimanerci.cimitero degli inglesi

Quando vi fu costruito nel 1828, su progetto di Carlo Reishammer, dietro cessione, da parte del Granducato per 15.000 lire toscane della montagnola di 8000 metri quadri, i Fiorentini non la presero bene. Un po’ perché in origine era destinato a ospitare i reietti della società, atei, suicidi, schiavi, oltre a chi professava altre religioni e i bambini nati morti, insomma tutti i non ebrei e i non cattolici che fino ad allora venivano trasportati per la sepolture, con un carro non refrigerato, fino a Livorno.
Ma ancor più, forse, perché per costruirlo fu occupata quella collinetta fuori dalla mura medievali della città che serviva da tribuna per i tifosi del gioco del pallone, che si svolgeva lì sotto. Fu così che gli inizi non furono edificanti, tanto che i fiorentini organizzarono addirittura una spedizione punitiva per distruggere le prime tombe, un gesto che poco si confà alla carità cristiana.

firenze cimitero degli inglesi

Ma la comunità protestante era numerosa in città e col tempo vi vennero sepolti personaggi importanti come Gian Pietro Vieusseux, fondatore dell’Archivio storico italiano, la poetessa Elisabeth Barrett Browning e altri artisti, scrittori e intellettuali che hanno dato un contributo alla cultura fiorentina, alla lotta per i diritti umani e anche alla causa del Risorgimento italiano, e fu così che divenne il Cimitero degli inglesi come ancora oggi è ricordato, anche se, per dirla tutta, la proprietà è ed è sempre stata svizzera, della Chiesa Evangelica Riformata, e fu soprannominato così dagli stessi fiorentini, perché gli inglesi erano la nazionalità predominante è vero, con ben 760 tombe più della metà delle 1409 sepolture totali e riferibili a sedici nazionalità diverse, ma soprattutto perché evocare la colonia vittoriana che viveva a Firenze faceva certo molto più chic.

Il cimitero era collocato fuori da Porta a’ Pinti così chiamata perché vicino c’era la chiesa dei Gesuiti abili a dipingere le vetrate artistiche, ma dopo cinquanta anni dall’apertura, nel 1877, la porta e le mura trecentesche furono abbattute e il cimitero venne inglobato nella città, motivo per cui furono proibite nuove sepolture e questo rimase solo un monumento alla memoria che per la suggestione delle sue statue, dell’irregolare disposizione delle sepolture, dei vialetti bordeggiati di cespugli e fiori, divenne fonte di ispirazione per poeti e artisti del Romanticismo. Tra questi il più insigne fu il pittore Arnold Böcklin che tra il 1880 e il 1886 prese ispirazione da questo cimitero per la sua opera più famosa l’Isola dei morti. Era tanto ispirato da questo luogo che si stabilì a vivere di fronte e del quadro che ebbe molto successo nel XX secolo dipinse diverse copie che a loro volta hanno ispirato altri pittori come D’Annunzio, Dalì, De Chirico e musicisti come Rachmaninov che nel 1909 compose una sinfonia dallo stesso titolo. Anche Hitler amò questo quadro tanto che lo acquistò e lo attaccò nel suo studio forse senza sapere cosa lo avesse ispirato.

Ancora oggi quella collina stretta tra due strade è un’isola di pace, di una pace antica in mezzo al caos della società moderna. Ai fianchi della cancellata scorrono veloci le auto lungo i due viali fiorentini, per realizzare i quali il vecchio cimitero di forma quadrata nel 1865, fu ridotto nelle dimensioni e portato a forma ovale, ma oltrepassati quei gradini e quel cancello la realtà e la velocità moderna sfuma come i rumori in sottofondo. Sul cancello è ancora sospeso il filo che suona la campana attaccata alla casetta del custode, oggi sostituito dal campanello elettrico ma mai staccato, tanto che sembra ancora di poter vedere arrivare una carrozza trainata da cavalli e discenderne una signora in abito lungo o un composto gentleman inglese con bastone e tuba.

Al suo interno è come essere in un museo a cielo aperto con le statue in marmo, l’allegoria della Speranza con la veste drappeggiata che ricorda le sculture greche, realizzata dal fiorentino Odoardo Fantacchiotti, o, a lei contrapposta, l’allegoria della Morte, mai così macabra. E ancora una copia della Fiducia in Dio di Bartolini realizzata da Santorelli ma, a differenza dell’originale, vestita perché più consona in un cimitero. E poi i sarcofagi in tutte le fogge, come quello tondeggiante voluto dal marito per la moglie morta di parto che ricorda la pancia entro cui nasce la vita, e sopra ad ognuno, un simbolo di speranza inciso sul marmo, il serpente che si morde la coda simbolo di rinascita, la farfalla che esce dalla crisalide, il sole alato.allegoria della morte cimitero protestante firenze

Ma quello che colpisce in questo cimitero è vedere le tombe di servi e degli schiavi in mezzo a quelle di nobili e padroni e, contraddizione nelle contraddizioni, le tombe di coloro che non ebbero rinomanza in vita, dei meno conosciuti, dei più poveri sono addirittura più grandi e sontuose di quelle dei ricchi e famosi.  Come se la morte stravolgesse il normale ordine delle cose, come a ricordare che nulla di ciò che è importante nel mondo dei vivi ha senso nell’altro.

Durante la seconda guerra mondiale il cimitero fu colpito dai bombardamenti e per decenni è stato abbandonato a se stesso quasi dimenticato in mezzo al traffico. Ma nel 1997 dopo tanti anni di inattività fu riaperto per accogliere nuove sepolture e così nel 2000 la proprietà svizzera chiese ad una suora cattolica, Suor Giulia, di origini inglesi, docente universitaria negli Stati Uniti poi convertita al cattolicesimo, di fare da custode al cimitero. “Lo faccio se però mi fate tenere una biblioteca” si impose lei che di libri ne ha anche scritti molti, e loro accettarono.firenze cimitero protestante ingresso

E’ così che nella casetta del custode accanto al cimitero-giardino è nata questa nuova oasi di vita e di cultura. Chi vuole prendere in prestito un libro può farlo e per essere soci di questa strana biblioteca basta donare almeno un libro l’anno. Qui Suor Giulia ha raccolto le opere degli scrittori e degli artisti sepolti nel cimitero, altre opere dei grandi della letteratura italiana come Dante e Petrarca e sulle donne negli ordine monastici contemplativi. E in questa suggestiva stanza alta e stretta, Suor Giulia tiene una scuola di alfabetizzazione per la comunità Rom che l’ha aiutata in questi 17 anni a recuperare il cimitero, a ristrutturare le sculture in marmo, a curare il giardino.

Sito ufficiale e guida virtuale del cimitero

Nella giornata del Fai di Primavera, due domeniche fa, il Cimitero degli inglesi, restaurato, è stato aperto ai turisti con le visite guidate dagli studenti degli istituti fiorentini. In quell’occasione abbiamo conosciuto Suor Giulia, da 17 anni custode del monumento, che ci ha parlato della sua biblioteca e del suo costante impegno per la ricerca di contributi utili a continuare le opere di restauro. Poi a piedi ci siamo diretti verso il centro che dista circa un chilometro, una parte di città più defilata e tranquilla di domenica mattina rispetto a quella turistica. Abbiamo percorso via Vittorio Alfieri fino alla spaziosa piazza Massimo D’Azeglio da cui si scorge più in là, la cupola dorata della Sinagoga Ebraica e si può ammirare il Villino Uzielli uno dei primi esempi di Art Nouveau in città, e la casa dove visse Pellegrino Artusi che nel 1891 scrisse il famoso manuale di ricette ricordato semplicemente con il suo nome anche se il titolo vero è “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”.
Poi abbiamo preso a destra, fino a raggiungere piazza della Santissima Annunziata dove in un piccolo bar fanno delle focacce ripiene davvero fantastiche. Ognuna porta il nome di una santo: San Francesco è la più semplice con affettati, Sant’Ambrogio è buonissima con ripieno di  speck, brie e salsa di tartufo e San Giovanni è con salame e pecorino per dirne alcune. Dentro i tavolini erano pieni, tuttavia non ci è dispiaciuto di stare in uno dei pochi tavolini all’esterno, di fronte alla piazza, dove spicca la loggia della facciata dell’Ospedale degli Innocenti progettata dal Brunelleschi con i tondi in terracotta della Robbia con i bimbi avvolti in fasce, quelli che nel passato venivano abbandonati e accolti in questo istituto.
Questa è la piazza dove in settembre finisce il corteo della famosa “Rificolona”, dal nome delle lanterne in carta con dentro il lumino che prendono fuoco che è un piacere, una tradizione tipicamente fiorentina che piace molto ai bambini. Dal centro della piazza si diparte una via da cui si ha un bello scorcio sulla fiancata del Duomo e la cupola, che è a poca distanza, mentre continuando si arriva velocemente in Piazza San Marco dove si possono scoprire tesori unici, come il Convento di San Marco, dove visse il Savonarola e persino le antiche celle dei frati sono affrescate dal Beato Angelico e immancabile è la bellissima Annunciazione, e il vicino Museo dell’Accademia dove si può ammirare l’altro immancabile di Firenze, il David di Michelangelo.

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