Viaggio negli antichi segreti degli amanuensi

Chi di noi da bambino non ha mai provato a scrivere con penna d’oca o di gallina, alla maniera degli antichi amanuensi, affascinato da un mondo fatto di segni eleganti che ormai nessuno conosce più. Difficilmente ci riuscivamo e spesso si buttava via tutto non senza prima aver fatto andare su tutte le furie le mamme per aver sporcato tutto d’inchiostro. In effetti i segreti ci sono, tecniche secolari che oggi pochi conoscono e preparazioni con materiali naturali insoliti e talvolta misteriosi: ossi di seppia, noci di galla, sandracca. Che fascino proviamo però quando possiamo ammirare un libro antico, scritto e miniato su fogli di pergamena, da monaci di epoche remote chini sui banconi di legno degli scriptorium, chiusi nel segreto di antichi monasteri: tutto per fare in modo che la conoscenza non andasse perduta arrivasse fino a noi.

“Tanti quando vedono uno dei miei scritti, mi chiedono se li ho stampati al computer” racconta Paolo Giudici un senese che sette anni fa cominciò ad appassionarsi alla calligrafia prima come autodidatta e poi con corsi che continua ancora oggi. Lo abbiamo incontrato ad una festa medievale vestito da monaco e intento a scrivere su fogli di pergamena con pennino a punta tronca, penne d’oca o semplici canne. “La prima volta che mi invitarono qui a Monteriggioni nessuno si fermava, adesso tutti ne sono incuriositi e mi fanno domande” e difatti intorno alla sua bancarella si accalca sempre gente, famiglie, bambini. E allora chiediamo a lui di riportarci nel passato, di fare questo viaggio a ritroso nel tempo, per riscoprire un’arte ormai dimenticata e tuttavia tanto affascinante.amanuense monteriggioni

Tutto iniziò quando la sorella che ha un laboratorio orafo gli chiese di scrivere un cartiglio con grafia antica per la vetrina del negozio. “Fin da piccolo avevo la nomea di saper scrivere bene – racconta Paolo – una volta un compagno di classe non aveva fatto i compiti e mi chiese di passargli il quaderno: la maestra anche a tre metri di distanza si accorse che stava copiando perché la mia calligrafia si riconosceva da lontano. Così mia sorella pensò a me”. Con quella prima volta iniziò a fare conoscenza di pennini a punta spezzata e a interessarsi di inchiostri, pergamene e colori e da lì gli si è come aperto tutto un mondo fatto di scoperte e sapienza antica.

“La prima regola da rispettare è che non si può scrivere come facciamo normalmente ma bisogna tracciare le singole linee sempre dall’alto verso il basso e solo da sinistra verso destra” ci spiega facendoci degli esempi, e subito capiamo perché a noi, abituati a scrivere con penne a sfera o pennarelli, non ci riusciva neanche completare una sola lettera senza che la penna stridesse come l’unghia sulla lavagna.
Poi traccia qualche esempio con caratteri diversi. La prima scrittura su cui si è cimentato da autodidatta è stata l’onciale – ci racconta – quella utilizzata da San Girolamo già nel 300, con le lettere alte un’oncia, da qui il nome. “Era l’antica tecnica di scrittura più comune nel Medioevo utilizzata dai monaci per i più famosi codici miniati”.  Il primo corso che ha frequentato è stato poi di Faundational un tipo di scrittura elaborata dall’inglese Edward Johnston, all’inizio del ‘900, recuperando la scrittura carolina del VII secolo, che si basa su sette regole: i principi della penna larga, in cui la penna viene tenuta a 30 gradi e la O è un cerchio perfetto, in realtà un po’ allungato come un limone. Poi la cancelleresca che sostituì l’onciale nelle cancellerie fiorentine del ‘500 per atti e documenti e la notarile del 1200 in cui tutte le lettere iniziavano con la formula antica “In Nomine Domini”. Insomma una carrellata di tecniche che attraversa i secoli e di cui Paolo porta esempi da lui realizzati con inchiostri diversi e vari colori.IMGP7878

Anche sugli inchiostri si apre un capitolo a parte. “All’inizio per provare ne ho comprati su internet in quantità industriale. Per una amica utilizzai un azzurro splendido e ora quando vado a casa sua mi accorgo che è già sbiadito”. Da lì è iniziata la sperimentazione di tutte le tipologie in commercio. “Poi ho scoperto l’inchiostro ferrogallico, il vero inchiostro usato nel Medioevo che un pittore senese mi ha insegnato a realizzare da solo”. Il metodo è lo stesso usato in antichità e utilizza i prodotti più strani: occorrono le noci di galla, che non sono altro che le palline della quercia che si trovano in tutti i boschi, che vanno rotte in un mortaio di bronzo e messe a cuocere in acqua distillata. “Ne viene fuori un’acqua marrone da mescolare con gomma arabica e solfato di ferro, che si trova facilmente dai fiorai, e diventa un bel nero intenso e duraturo, lo stesso composto con cui i monaci scrivevano sulle pergamene arrivate fino a noi”. Anche i colori per miniare il capolettera, le lettere a inizio pagina, con tralci animali o mondi fantastici possono essere realizzati come nel passato, il rosso con la radice di legno del Brasile, il giallo con i petali essiccati di iris per estrarre i pigmenti di colore da miscelare con soluzioni come acqua e zucchero o bianco d’uovo.

Bellissima che ci pare di vederla, è la tecnica da utilizzare per fissare sul foglio la foglia d’oro – di vero oro – quegli strati sottilissimi di oro battuto che solo a respirare volano via: cannuccia in una mano e oro e panno di seta nell’altra. “Sul foglio si dà un composto, l’assiso – ci spiega Paolo – si fa seccare sulla pergamena e poi con una cannuccia, fatta arrotolando un pezzetto di pergamena, si soffia sopra all’assiso per farlo riattivare e subito si appoggia l’oro e si passa sopra con un panno di seta per fissarlo”. Un lavoro da certosino.monteriggioni amanuense

Ma un altro argomento di questo mondo che ci affascina è il foglio di pergamena, come sappiamo una pelle in genere di pecora, alla quale occorre però un ulteriore trattamento per farne un foglio su cui scrivere e dipingere. “La pergamena va bagnata e tirata nel telaio con una tecnica detta a incrocio, non semplice perché è molto elastica. La prima volta che provai era venuta tutta a gobbe tanto che pensai di buttare via tutto, invece la mattina era piatta, la sapevano lunga gli antichi – commenta Paolo”. A quel punto va passata sopra la pietra pomice in polvere, la sandracca, una resina usata anche per fare i violini, e due ossi di seppia, di quelli che si trovano sulla spiaggia la mattina. “I monaci usavano una punta di piombo o argento per tracciare le righe e utilizzavano probabilmente già allora una specie di gomma pane, anche se per togliere l’inchiostro in caso di errori cancellavano per abrasione con una punta metallica – continua Paolo”.

Insomma dietro quei manoscritti antichi, di canti gregoriani, liturgici o di testi greci e latini, c’è un mondo davvero tutto da riscoprire. Paolo Giudici per concludere ci racconta che il suo sogno per la prossima estate è di andare in Irlanda dove, nella biblioteca del Trinity College di Dublino è conservato il Book of Kells, uno dei più antichi e famosi manoscritti miniati dei vangeli del IX secolo, anche se spiega per lui è solo un hobby perché non riuscirebbe mai a fare come i monaci che stavano a giornate intere a scrivere: “Rischierei di diventare pazzo”. Poi ci svela l’ultimo segreto per capire se quel che vediamo è davvero scritto a mano oppure è una stampa al computer: basta capovolgere il foglio e tutto le magagne, gli errori, le imprecisioni, saltano fuori come per magia.

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