Pistoia bella e infame (ma solo nel passato): itinerario tra arte e storia

Il piatto tipico è il carcerato, un intruglio di viscere che veniva cucinato per gli ospiti delle antiche prigioni, mentre un’altra invenzione pistoiese oltre al bisturi chirurgico è il confetto, citato dalle cronache prima ancora che a Sulmona già nel 1325 quando l’uomo che tradì la città lasciandola in mano a lucchesi e fiorentini, Filippo Tedici, ne fece mangiare uno avvelenato alla moglie per poter sposare la figlia di Castruccio Castracani; oggi rivisitato in occasione dell’anno della cultura, dall’unica antica fabbrica di confetti rimasta in città, è una vera delizia rossa con ripieno rum o cherry.

Si dice anche che, in una rissa d’osteria a Pistoia, sia nata la divisione tra guelfi bianchi e guelfi neri per cui Dante fu costretto all’esilio da Firenze e forse per questo il sommo poeta parla sempre dei pistoiesi con un certo livore, e se vogliano ancora una conferma indiretta, possiamo aggiungere che in città nel 1733 un censimento contava su circa 8500 abitanti un numero elevatissimo di chiese, ben 115 poi in gran parte soppresse da Leopoldo di Toscana e Napoleone, e anche questo la dice lunga se è vero, non solo in grandezza ma anche in quantità, il detto “grandi cattedrali grandi peccatori”.

IMGP7675

Pistoia capitale della cultura 2017, oggi città discreta e tranquilla dove si vive bene, ne ha di storie truci, medievali e rinascimentali, da raccontare tanto da far invidia a Inferno di Dan Brown. Come Dante anche altri importanti storici del passato ne hanno sempre detto peste e corna, e la vicinanza geografica con Firenze e Lucca l’hanno sempre tenuta in ombra, prima con il loro dominio, poi turisticamente rilegandola al ruolo di città minore della Toscana. Ma in quest’anno a lei dedicato, che segna il culmine degli ultimi decenni di fioritura, con il recupero accurato del centro rimasto a misura d’uomo, con una delle piazze tra le più belle, con capolavori unici come il Pulpito di Giovanni Pisano e il Fregio dell’ospedale del Ceppo, e ancora le importanti iniziative culturali di richiamo nazionale e internazionale come il Pistoia Blues Festival di luglio e i Dialoghi sull’uomo a fine maggio, una visita alla scoperta di Pistoia non si può più mancare.

Scopriamone allora insieme i luoghi più belli e i tanti monumenti significativi, raccontando quelle storie infami che più ne hanno caratterizzato il passato.

Stirpe di traditori questo è il primo marchio che gli storici hanno affibbiato da sempre ai pistoiesi. Si dice che la loro genia discenda dai sopravvissuti dei 20.000 seguaci di Catilina che, come riporta Sallustio, dopo la rivolta contro il senato romano nel 62 a.C., scapparono verso nord per trovare la morte in contado pistoiese. A ricordarlo ancora oggi una torre, detta appunto Torre di Catalina (non il campanile) e la via adiacente che segna il luogo dove pare fosse stato sepolto.

Siamo a due passi dalla splendida Piazza del Duomo, dove conviene arrivare sempre da via degli Orafi, l’antico decumano romano, per apprezzarne al meglio la visione d’insieme: tre lati della piazza sono rimasti intatti al periodo comunale, qui erano gli edifici del potere religioso e di quello civile, e ancora oggi possiamo ammirare la Cattedrale romanica con il campanile, l’antico Palazzo vescovile e il Battistero e ancora il Palazzo comunale del ‘300 e quello del Podestà, tutti pregevoli monumenti romanico-gotici.Pistoia cattedrale S. Zeno

Pistoia fu a partire dal XII secolo un importante tappa di pellegrinaggio e ovunque in città è disseminato il simbolo del Cammino di Santiago, la conchiglia, anche sotto il portico della facciata del duomo con la volta realizzata in terracotta invetriata nel 1505 da Andrea della Robbia. La Cattedrale di San Zeno fu il fulcro di questa devozione grazie al vescovo Atto che intorno nel 1145 riuscì a far arrivare a Pistoia una reliquia di San Giacomo il Maggiore direttamente da Santiago di Compostela. Sia San Atto che San Jacopo (come lo chiamano i pistoiesi alla maniera spagnola) sono ben visibili sul frontone della chiesa: quello a destra è San Jacopo che in luglio per la sua festa viene vestito con un mantello rosso a ricordare una strana leggenda pistoiese, che racconta di un santo reticente a pagare i suoi debiti che prometteva di “rientrare” con la buona stagione e per questo non si toglieva mai il mantello neanche d’estate.IMGP7782

Entrando in Duomo dalla porta sulla destra, diverse cose ricordano l’arrivo delle reliquie a Pistoia: l’acquasantiera con la testa del santo consunta dal tocco dei pellegrini, il prezioso altare sbalzato in argento, vero capolavoro di oreficeria del XII secolo, e subito sulla sinistra, la scultura del ‘300 che rappresenta i due pistoiese che ricevono dall’Arcivescovo Ranieri di Compostela la sacra reliquia e poi la riconsegnano al vescovo Atto. All’epoca rientrare nelle vie di pellegrinaggio attirando in città i pellegrini con importanti reliquie era fonte di ricchezza e prestigio per una città e Pistoia volle cavalcare quest’onda accaparrandosi una delle più importanti reliquie dell’epoca, forse anche barando: dato che a Compostela in Galizia hanno sempre affermato che il corpo del santo è completamente intatto, che nessuna reliquia ne è stata mai prelevato neanche quel pezzetto di cranio.

A seguito di questo arrivo però, affluirono pellegrini e grandi quantità di denaro e oro che venivano tenuti blindati in una stanza altamente protetta, la “Sacrestia dei belli arredi“, posta subito sulla destra uscendo dalla porta laterale della chiesa che poi sfocia in un bel vicolo ancora medievale con gli archi da parte a parte della via. E’ qui che la notte di carnevale del 1293 avvenne il misfatto che ha assicurato ai posteri la fama del peggiore dei pistoiesi, ma forse neanche, Vanni Fucci che Dante incontra nel canto XXV canto dell’Inferno e che parlando di sé come di una bestia, per niente pentito, aggiunge “e Pistoia mi fu degna tana”. Insomma Dante si leva un sassolino dalla scarpa e fa dire al suo personaggio che anche Pistoia, non era altro che un covo di ladri sacrileghi come lui se non peggio.

Anche il Battistero romanico indirettamente è legato ad una memoria di Dante, conserva ancora oggi intatto il fonte battesimale del 1226, il più antico della Toscana dopo che è andato distrutto quello fiorentino, identico a questo, con i tipici “pozzetti”, i bacini dove avveniva il battesimo. Dante ne aveva rotto uno per salvare un bambino che stava annegando e lo racconta nella Divina Commedia quando parla dei fori dove viene messa la testa dei Simoniaci, rei di acquistare le cariche ecclesiastiche.IMGP7777

Altro capolavoro che si affaccia nella piazza è l’atrio il Palazzo del Podestà ancora oggi palazzo del tribunale che conserva intatta parte della facciata e l’atrio interno, veramente suggestivo, con 294 stemmi dei podestà tra cui alcuni molto rari. Questo era il luogo dove si condannava chi commetteva reato e ancora oggi entrando sulla destra è visibile l’antico bancone in pietra del 1508 dove i giudici si sedevano pubblicamente per amministrare la giustizia. Sopra le panche è ancora visibile la scritta “Questo luogo odia la malvagità, ama la legge, punisce il crimine, tutela il diritto, rende onore agli innocenti” che ha una particolarità non a molti conosciuta: le parole non sono di seguito, prima si leggono tutti i verbi poi tutti i sostantivi. Ancora, ad una colonna è lo scivolo in metallo su cui rotolavano le teste dei condannati a morte. Dietro il palazzo del tribunale, da via degli orafi, vi è ancora un vicolo detto dei fuggitivi, la via che prendevano i pochi fortunati che riuscivano a sfuggire alle grinfie della giustizia.IMGP7746 (2)

Proprio di fronte al Tribunale è il Palazzo di Giano o degli anziani del popolo, l’antico palazzo comunale, ancora oggi sede del Comune e del Museo Civico, un palazzo importante se si pensa che Pistoia fu uno dei primi comuni italiani a emanare nel 1117 il proprio statuto, la più antica raccolta di leggi e regolamenti dell’età comunale arrivata fino a noi. E un luogo particolarmente suggestivo tanto che sotto le sue logge sono state girate anche alcune scene della fiction sui Medici. Sulla facciata non può sfuggire la testa in pietra dai lineamenti africani, in città ce ne sono in tutto quattro, su edifici e angoli di strade. E’ la testa di Musetto, sovrano dei Balcani, ucciso da un pistoiese nella crociata del 1115 alla quale i pistoiesi parteciparono e questo fu motivo certo di vanto tanto da metterlo in bella mostra.

Non fu così invece per un’altra testa che sembra quella di un porco che è affissa sulla facciata di un’altra chiesa pistoiese assolutamente da visitare perché conserva un vero capolavoro della scultura, si tratta della Chiesa di Sant’Andrea una delle più antiche della città, e del Pulpito di Giovanni Pisano. La testa in questo caso è quella dell’uomo che tradì la sua città, che perse da allora l’autonomia rientrando nei domini lucchesi e poi fiorentini, in cambio di potere, denaro e della mano di una giovane donna.

Ma ne parleremo dopo. Abbiamo detto che Dante aveva i suoi motivi per odiare i pistoiesi ma anche altri storici dell’epoca non erano più magnanimi verso questa città. Ancora a inizio del 1300 il cronista Dino Compagni descriveva i pistoiesi come “Disdicevoli, crudeli e salvatici” e a sentire un altro cronista dell’epoca Giovanni Villani pare che fu proprio in una osteria pistoiese, a seguito di una rissa tra due rami della famiglia dei Cancellieri, che si decretò la divisione tra guelfi bianchi e guelfi neri che da Pistoia si propagò come un cancro a Firenze e nel resto della Toscana. La storia di via Abbi Pazienza che si tocca per giungere in Sant’Andrea può essere un buon esempio di quello che accadeva allora in città. Sopra una semplice fontana un cartiglio in pietra ormai cancellato dal tempo ricorda quello che accadde in questa via che descrive bene l’estrema rissosità dei pistoiesi. Una notte non si sa di quale epoca un tale aspettava che passasse di lì il suo nemico per accoltellarlo, ma quando lo ebbe fatto si accorse di avere sbagliato persona e non seppe cosa altro dire se non “abbi pazienza”.

Ma come si dice tra i due litiganti il terzo gode e così avvenne ai pistoiesi rissosi che litigavano in casa e lasciarono la porta aperta. Ad aprire le porte in realtà fu un traditore, Filippo Tedici, la cui testa che sembra di un porco è sulla facciata della chiesa di Sant’Andrea, che vendette la propria città nel 1325 facendovi entrare le truppe di Castruccio Castracani e lasciandola in balia di lucchesi e fiorentini, per denaro certo, 10.000 fiorini d’oro, e per diventare capitano del popolo ma anche in cambio della mano della figlia del condottiero. Se non che, Filippo era già sposato e per liberarsi della moglie le fece mangiare un confetto con dentro del veleno come riportano le fonti. Da questa brutta storia, la presenza dei confetti in città, già testimoniata da documenti nel 1373 quando venivano offerti alle ambascerie in visita, è ora attestata molto prima, già nel 1325, lasciando a Pistoia il primato di patria del confetto anche sulla più famosa Sulmona. In città oggi è rimasto un solo produttore dal 1918 in piazza San Francesco, poco distante, che per l’anno di Pistoia capitale ha rivisitato il confetto di Filippo facendone una pallina deliziosa di colore rosso con cuore liquido di rum o cherry. Termino col dire che Filippo anni dopo fu decapitato dai pistoiesi e la testa in pietra rimase come monito per tutti i traditori.

Altro capolavoro immancabile di Pistoia è l’Ospedale del Ceppo dove sopra al portico della facciata fa bella mostra di sé l’opera datata tra il 1526 e 1529 che segna in assoluto l’apice per la manifattura della terracotta invetriata, assolutamente da vedere: un lungo fregio di 40 metri che rappresenta le “Sette opere di misericordia” realizzato da Santi Buglioni, e i tondi con lo stemma e gli episodi della Vergine di Giovanni della Robbia. Ma anche questo capolavoro ha una brutta storia da raccontare che dimostra come anche sotto il dominio di Firenze i pistoiesi non abbiano piegato la testa e abbiano continuato a dare il peggio di sé.Pistoia fregio robbiano

La leggenda narra che due anziani coniugi Antimo e Bandinella una notte sognarono la Madonna che diceva loro di costruire un ospedale dove avessero trovato un ceppo fiorito. Nonostante fosse pieno inverno, i due trovarono davvero un ceppo d’albero tagliato fiorito fuori stagione lungo il corso del torrente Brana che chiudeva la città a nord. Col tempo e l’allargarsi dell’ospedale il fiume fu coperto e rimase al di sotto delle corsie e servì anche per scaricare gli scarti della struttura ospedaliera e oggi è stato recuperato come percorso sotterraneo visitabile “Pistoia Sotterranea” molto suggestivo.

Per raggiungerlo passiamo intanto da via delle Pappe dove erano le cucine dell’antico ospedale. I pappini non erano altro che gli inservienti e lungo questa via c’erano le cucine dove fino ancora a inizi del ‘900 veniva preparato anche il pranzo per i carcerati, da qui il nome di un piatto tipico pistoiese “il carcerato” che ancora viene riproposto da alcune trattorie del centro fatto di interiora e stomaco di vitello cotto con pane secco.

Ma quello che era nato come un sogno divenne poi un vero incubo. Divenuto ricchissimo, l’ospedale fu conteso dalle due famiglie più importanti, i Panciatichi e i Cancellieri che per nominare il direttore scatenarono una vera guerra civile che negli ultimi tre anni del ‘400 provocò circa 3000 morti ammazzati. Constatata l’incapacità di governarsi da soli, i fiorentini corsero ai ripari e nel 1501 sottoposero la gestione dell’ospedale a quella di Santa Maria Nuova a Firenze per sei mesi, che poi diventarono 300 anni.

Terminiamo il nostro giro tra arte e storia raggiungendo un altro capolavoro del rinascimento, costruito proprio a seguito di quella guerra civile, la Basilica della Madonna dell’Umiltà con la cupola che sovrasta tutta la città rendendola visibile anche da lontano, si dice sia la terza per grandezza dopo San Pietro e Duomo di Firenze. Qui proprio per le nefandezze dei pistoiesi nel periodo della guerra intestina, una madonnina dipinta sul muro esterno di una piccola cappella, posta fuori dalla cerchia muraria (fuorisportas) sulla via che conduceva verso Lucca, detta dell’umiltà perché seduta per terra, nel 1490 trasudò sangue. Sul luogo fu subito deciso di costruire una grande chiesa su progetto iniziale di Giuliano da Sangallo poi proseguito da Ventura Vitoni e con il ritocco maldestro di Vasari che completò la cupola con una lanterna troppo pesa che ha richiesto vari interventi di ingabbiamento, e infine il tocco dell’Ammannati. Ci vollero ben 84 anni per realizzarla col grande atrio costruito tutto intorno alla precedente chiesetta che rimase intatta all’interno fino alla fine, quando la città per tre giorni trattenne il fiato per l’ultimo intervento richiesto: il distacco dell’affresco della Madonna dal muro della chiesetta che poi fu distrutta per portarlo sull’altare maggiore nell’ottagono della chiesa.Pistoia piazza Santo Spirito (2)

Cosa rimane di imperdibile ancora da visitare di Pistoia? Sicuramente Piazza della Sala, l’antica sede del Gastaldo Longobardo, oggi piazza al centro della movida notturna che richiama giovani da tutte le città limitrofe. Qui sono visibili ancora le antiche “mostre” medievali dei negozi. Il modo di dire “mettersi in mostra” deriva da questi banconi in pietra esterni ai negozi. A Pistoia c’è invece un modo di dire tipico “sono rimasto come un micco” per dire ci sono rimasto male. Il Micco è l’animale araldico di Pistoia, che fu sottomesso dal Marzocco, il leone fiorentino e forse per questo c’è rimasto di stucco.Pistoia via dei fabbri (3)

E’ il simbolo di Pistoia e dei suoi abitanti da secoli e, dopo quanto abbiamo detto, cosa poteva essere se non un orso, un animale asociale e selvatico. Merita vederlo il Micco in pieno corso, sul Globo, dove i pistoiesi fanno “le vasche” il sabato pomeriggio. Fino al 1930 qui c’era il bar, cinema e teatro, Gran Cafè du Globe, e all’esterno fu installato un automa in metallo che batteva l’inizio del primo tempo, l’intervallo e del secondo. Adesso batte le ore: due orsetti con il mantello a scacchi, simbolo della città, che battono sui due emisferi del globo lampeggiando con gli occhi rossi.

Visita la galleria fotografica con tutte le immagini su Pistoia

Annunci

Una risposta a "Pistoia bella e infame (ma solo nel passato): itinerario tra arte e storia"

Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: