Cosa vedere a Pistoia: itinerario tra arte e storia

Il piatto tipico è il carcerato, un intruglio di viscere che veniva cucinato per gli ospiti delle antiche prigioni, mentre un’altra invenzione pistoiese è il confetto, citato dalle cronache prima ancora che a Sulmona, già nel 1325, quando l’uomo che tradì la città lasciandola in mano a lucchesi e fiorentini, Filippo Tedici, ne fece mangiare uno avvelenato alla moglie per poter sposare la figlia di Castruccio Castracani.

Si dice anche che, in una rissa d’osteria a Pistoia, sia nata la divisione tra guelfi bianchi e guelfi neri per cui Dante fu costretto all’esilio da Firenze e forse per questo il sommo poeta parla sempre dei pistoiesi con un certo livore. Pistoia ne ha di storie truci, medievali e rinascimentali, da raccontare, tanto da far invidia a Inferno di Dan Brown.IMGP7675

Ma ha anche un centro storico ricco di capolavori unici come il Pulpito di Giovanni Pisano, Fregio dell’ospedale del Ceppo e una bellissima Piazza del Duomo che si visitano tranquillamente in una mezza giornata. Tuttavia anche la sera in centro città è piena di vita. Non mancano poi importanti iniziative a fare da richiamo come il Pistoia Blues Festival in luglio e i Dialoghi sull’uomo a fine maggio.

Scopriamo insieme i luoghi più belli e i tanti monumenti significativi, raccontando quelle storie infami che più ne hanno caratterizzato il passato.

Torre di Catilina

Stirpe di traditori questo è il primo marchio che gli storici hanno affibbiato da sempre ai pistoiesi. Si dice che la loro genia discenda dai sopravvissuti dei 20.000 seguaci di Catilina che, come riporta Sallustio, dopo la rivolta contro il senato romano nel 62 a.C., scapparono verso nord per trovare la morte in contado pistoiese. A ricordarlo ancora oggi una torre, detta appunto Torre di Catalina (da non confondere con il campanile che ha quasi di fronte) e la via adiacente che segna il luogo dove pare fosse stato sepolto.

Piazza del Duomo

Siamo a due passi dalla splendida Piazza del Duomo, dove conviene arrivare sempre da via degli Orafi, l’antico decumano romano, per apprezzarne al meglio la visione d’insieme: tre lati della piazza sono rimasti intatti al periodo comunale, qui erano riuniti gli edifici del potere religioso e di quello civile, e ancora oggi possiamo ammirare la Cattedrale romanica con il campanile, l’antico Palazzo vescovile e il Battistero e ancora il Palazzo comunale del ‘300 e quello del Podestà, tutti pregevoli monumenti romanico-gotici.Pistoia cattedrale S. Zeno

La cattedrale di San Zeno

Pistoia fu a partire dal XII secolo un importante tappa di pellegrinaggio e ovunque in città è disseminato il simbolo del Cammino di Santiago, la conchiglia, anche sotto il portico della facciata del duomo con la volta realizzata in terracotta invetriata nel 1505 da Andrea della Robbia. La Cattedrale di San Zeno fu il fulcro di questa devozione grazie al vescovo Atto che intorno nel 1145 riuscì a far arrivare a Pistoia una reliquia di San Giacomo il Maggiore direttamente da Santiago di Compostela.

San Jacopo e la Giostra dell’Orso

Sia San Atto che San Jacopo (come lo chiamano i pistoiesi alla maniera spagnola) sono ben visibili sul frontone della chiesa: la statua a destra è San Jacopo che in occasione della festa, il 25 luglio quando nella piazza si tiene la Giostra dell’Orso e per le strade sfila il corteggio in costume, viene vestito con un mantello rosso a ricordare una strana leggenda pistoiese, che racconta di un santo reticente a pagare i suoi debiti che prometteva di “rientrare” con la buona stagione e per questo non si toglieva mai il mantello neanche d’estate.IMGP7782

Interno del Duomo

Entrando in Duomo dalla porta sulla destra, diverse cose ricordano l’arrivo delle reliquie a Pistoia: l’acquasantiera con la testa del santo consunta dal tocco dei pellegrini, il prezioso altare in argento sbalzato, capolavoro di oreficeria del XII secolo, e subito sulla sinistra, la bassorilievo del ‘300 che rappresenta i due pistoiese che ricevono dall’Arcivescovo Ranieri di Compostela la sacra reliquia e poi la riconsegnano al Vescovo.

Un falso storico

All’epoca rientrare nelle vie di pellegrinaggio attirando in città i pellegrini con importanti reliquie era fonte di ricchezza e prestigio per una città e Pistoia volle cavalcare quest’onda accaparrandosi una delle più importanti reliquie dell’epoca, forse anche barando: dato che a Compostela in Galizia hanno sempre affermato che il corpo del Santo è completamente intatto, che nessuna reliquia ne è stata mai prelevato neanche quel pezzetto di cranio.

La sacrestia e Vanni Fucci

I pellegrini affluirono come anche grandi quantità di denaro e oro che venivano tenuti blindati nella “Sacrestia dei belli arredi” che si affacciava sul bel vicolo medievale con archi che ancora oggi si può vedere uscendo dalla porta laterale del Duomo. E’ qui che la notte di carnevale del 1293 avvenne il furto che ha assicurato ai posteri la fama del peggiore dei pistoiesi, Vanni Fucci. Dante lo incontra nel canto XXV dell’Inferno e il ladro sacrilego parlando di sé come di una bestia, per niente pentito, aggiunge “e Pistoia mi fu degna tana”.

Battistero

Di fronte al Duomo si erge il Battistero romanico che conserva ancora oggi intatto il fonte battesimale del 1226, il più antico della Toscana dopo che è andato distrutto quello fiorentino, identico a questo, con i tipici “pozzetti”, i bacini dove avveniva il battesimo. Anch’esso è indirettamente legato ad una memoria di Dante che racconta nella Divina Commedia dei fori dove viene messa la testa dei Simoniaci, rei di acquistare le cariche ecclesiastiche, fori uguali a quello che lui stesso da giovane aveva rotto nel battistero di Firenze, per salvare un bambino che stava annegando.IMGP7777

Palazzo del Podestà

Altro capolavoro che si affaccia nella piazza è l’atrio il Palazzo del Podestà ancora oggi sede del tribunale che conserva intatta parte della facciata e l’atrio interno, veramente suggestivo, con 294 stemmi dei podestà tra cui alcuni molto rari. Questo era il luogo dove si condannava chi commetteva reato e ancora oggi entrando sulla destra è visibile l’antico bancone in pietra del 1508 dove i giudici si sedevano pubblicamente per amministrare la giustizia.

Due curiosità poco note

Sopra le panche è ancora visibile la scritta “Questo luogo odia la malvagità, ama la legge, punisce il crimine, tutela il diritto, rende onore agli innocenti” che ha una particolarità non a molti conosciuta: le parole non sono di seguito, prima si leggono tutti i verbi poi tutti i sostantivi. Ancora, ad una colonna è lo scivolo in metallo su cui rotolavano le teste dei condannati a morte. Dietro il palazzo del tribunale, da via degli orafi, vi è ancora un vicolo detto dei fuggitivi, la via che prendevano i pochi fortunati che riuscivano a sfuggire alle grinfie della giustizia.IMGP7746 (2)

Palazzo di Giano

Proprio di fronte al Tribunale è il Palazzo di Giano o degli anziani del popolo, l’antico palazzo comunale, ancora oggi sede del Comune e del Museo Civico, un palazzo importante se si pensa che Pistoia fu uno dei primi comuni italiani a emanare nel 1117 il proprio statuto, la più antica raccolta di leggi e regolamenti dell’età comunale arrivata fino a noi. E un luogo particolarmente suggestivo tanto che sotto le sue logge sono state girate anche alcune scene della fiction sui Medici.

Quattro teste in città, anzi cinque

Sulla facciata del Palazzo Comunale non può sfuggire la testa in pietra dai lineamenti africani, in città ce ne sono in tutto quattro, su edifici e angoli di strade. E’ la testa di Musetto, sovrano dei Balcani, ucciso da un pistoiese nella crociata del 1115 alla quale i pistoiesi parteciparono e questo fu motivo certo di vanto tanto da metterlo in bella mostra. Non fu così invece per un’altra testa che sembra quella di un porco di cui racconteremo la storia più tardi, che è affissa sulla facciata di una chiesa assolutamente da visitare.

Chiesa di Sant’Andrea

Si tratta della Chiesa di Sant’Andrea una delle più antiche della città, che conserva un vero capolavoro della scultura, il Pulpito di Giovanni Pisano. I pulpiti sono un altro vanto della città infatti sono da segnalare sia quello nella chiesa di San Giovanni sia quello della chiesa di San Bartolomeo in Pantano.

Guelfi bianchi e neri

Abbiamo detto che Dante aveva i suoi motivi per odiare i pistoiesi ma anche altri storici dell’epoca non erano più magnanimi verso questa città. Ancora a inizio del 1300 il cronista Dino Compagni descriveva i pistoiesi come “Disdicevoli, crudeli e salvatici” e a sentire un altro cronista dell’epoca Giovanni Villani pare che fu proprio in una osteria pistoiese, a seguito di una rissa tra due rami della famiglia dei Cancellieri, che si decretò la divisione tra guelfi bianchi e guelfi neri che da Pistoia si propagò come un cancro a Firenze e nel resto della Toscana. La storia di via Abbi Pazienza che si tocca per giungere in Sant’Andrea può essere un buon esempio di quello che accadeva allora in città. Sopra una semplice fontana un cartiglio in pietra ormai cancellato dal tempo ricorda quello che accadde in questa via che descrive bene l’estrema rissosità dei pistoiesi. Una notte non si sa di quale epoca un tale aspettava che passasse di lì il suo nemico per accoltellarlo, ma quando lo ebbe fatto si accorse di avere sbagliato persona e non seppe cosa altro dire se non “abbi pazienza”.

Il tradimento di Filippo Tedici

Ma come si dice tra i due litiganti il terzo gode e così avvenne ai pistoiesi rissosi che litigavano in casa e lasciarono la porta aperta. Ad aprire le porte in realtà fu un traditore, Filippo Tedici, la cui testa che sembra di un porco è sulla facciata della chiesa di Sant’Andrea, che vendette la propria città nel 1325 facendovi entrare le truppe di Castruccio Castracani e lasciandola in balia di lucchesi e fiorentini, per denaro certo, 10.000 fiorini d’oro, e per diventare capitano del popolo ma anche in cambio della mano della figlia del condottiero. Se non che, Filippo era già sposato e per liberarsi della moglie le fece mangiare un confetto al veleno come riportano le fonti.

I confetti di Pistoia

Da questa brutta storia, la presenza dei confetti in città, già testimoniata da documenti nel 1373 quando venivano offerti alle ambascerie in visita, è ora attestata molto prima, già nel 1325, lasciando a Pistoia il primato di patria del confetto anche sulla più famosa Sulmona. In città oggi è rimasto un solo produttore dal 1918 in piazza San Francesco, che ha rivisitato il confetto di Filippo facendone una pallina deliziosa di colore rosso con cuore liquido di rum o cherry. Termino col dire che Filippo anni dopo fu decapitato dai pistoiesi e la testa in pietra rimase come monito per tutti i traditori.

Ospedale del Ceppo

Altro capolavoro immancabile di Pistoia è l’Ospedale del Ceppo dove sopra al portico della facciata fa bella mostra di sé l’opera datata tra il 1526 e 1529 che segna in assoluto l’apice per la manifattura della terracotta invetriata: un lungo fregio di 40 metri che rappresenta le “Sette opere di misericordia” realizzato da Santi Buglioni, e i tondi con lo stemma e gli episodi della Vergine di Giovanni della Robbia. Ma anche questo capolavoro ha una brutta storia da raccontare che dimostra come anche sotto il dominio di Firenze i pistoiesi non abbiano piegato la testa e abbiano continuato a dare il peggio di sé.Pistoia fregio robbiano

La leggenda e Pistoia sotterranea

La leggenda narra che due anziani coniugi Antimo e Bandinella una notte sognarono la Madonna che diceva loro di costruire un ospedale dove avessero trovato un ceppo fiorito. Nonostante fosse pieno inverno, i due trovarono davvero un ceppo d’albero tagliato fiorito fuori stagione lungo il corso del torrente Brana che chiudeva la città a nord. Col tempo e l’allargarsi dell’ospedale il fiume fu coperto e rimase al di sotto delle corsie e servì anche per scaricare gli scarti della struttura ospedaliera e oggi è stato recuperato come percorso sotterraneo visitabile “Pistoia Sotterranea” molto suggestivo.

Il carcerato: specialità culinaria

Per raggiungerlo passiamo intanto da via delle Pappe dove erano le cucine dell’antico ospedale. I pappini non erano altro che gli inservienti e lungo questa via c’erano le cucine dove fino ancora a inizi del ‘900 veniva preparato anche il pranzo per i carcerati, da qui il nome di un piatto tipico pistoiese “il carcerato” che ancora viene riproposto da alcune trattorie del centro fatto di interiora e stomaco di vitello cotto con pane secco.

La guerra tra Panciatichi e Cancellieri

Ma quello che era nato come un sogno divenne poi un vero incubo. Divenuto ricchissimo, l’ospedale fu conteso dalle due famiglie più importanti, i Panciatichi e i Cancellieri che per nominare il direttore scatenarono una vera guerra civile che negli ultimi tre anni del ‘400 provocò circa 3000 morti ammazzati. Constatata l’incapacità di governarsi da soli, i fiorentini corsero ai ripari e nel 1501 sottoposero la gestione dell’ospedale a quella di Santa Maria Nuova a Firenze per sei mesi, che poi diventarono 300 anni.

La Basilica dell’Umiltà

Terminiamo il nostro giro tra arte e storia raggiungendo un altro capolavoro del rinascimento, costruito proprio a seguito di quella guerra civile, la Basilica della Madonna dell’Umiltà con la cupola che sovrasta tutta la città, si dice sia la terza per grandezza dopo San Pietro e Duomo di Firenze. Qui proprio per le nefandezze dei pistoiesi nel periodo della guerra intestina, una madonnina dipinta sul muro esterno di una piccola cappella, posta fuori dalla cerchia muraria (fuorisportas) sulla via che conduceva verso Lucca, detta dell’umiltà perché seduta per terra, nel 1490 trasudò sangue. Sul luogo fu subito deciso di costruire una grande chiesa su progetto iniziale di Giuliano da Sangallo poi proseguito da Ventura Vitoni e con il ritocco maldestro di Vasari che completò la cupola con una lanterna troppo pesa che ha richiesto vari interventi di ingabbiamento, e infine il tocco dell’Ammannati. Ci vollero ben 84 anni per realizzarla col grande atrio costruito tutto intorno alla precedente chiesetta che rimase intatta all’interno fino alla fine, quando la città per tre giorni trattenne il fiato per l’ultimo intervento richiesto: il distacco dell’affresco della Madonna dal muro della chiesetta che poi fu distrutta per portarlo sull’altare maggiore nell’ottagono della chiesa.Pistoia piazza Santo Spirito (2)

Piazza della Sala

Cosa rimane di imperdibile ancora da visitare di Pistoia? Sicuramente Piazza della Sala, l’antica sede del Gastaldo Longobardo, oggi piazza al centro della movida notturna che richiama giovani da tutte le città limitrofe. Qui sono visibili ancora le antiche “mostre” medievali dei negozi. Il modo di dire “mettersi in mostra” deriva da questi banconi in pietra esterni ai negozi. Pistoia via dei fabbri (3)

Il Micco pistoiese

A Pistoia c’è invece un modo di dire tipico “sono rimasto come un micco” per dire ci sono rimasto male. Il Micco è l’animale araldico di Pistoia, che fu sottomesso dal Marzocco, il leone fiorentino e forse per questo c’è rimasto di stucco.

E’ il simbolo di Pistoia e dei suoi abitanti da secoli e, dopo quanto abbiamo detto, cosa poteva essere se non un orso, un animale asociale e selvatico. Merita vederlo il Micco in pieno corso, sul Globo, dove i pistoiesi fanno “le vasche” il sabato pomeriggio. Fino al 1930 qui c’era il bar, cinema e teatro, Gran Cafè du Globe, e all’esterno fu installato un automa in metallo che batteva l’inizio del primo tempo, l’intervallo e del secondo. Adesso batte le ore: due orsetti con il mantello a scacchi, simbolo della città, che battono sui due emisferi del globo lampeggiando con gli occhi rossi.

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2 risposte a "Cosa vedere a Pistoia: itinerario tra arte e storia"

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