Barcellona di Gaudì: tra umano e divino

Barcellona antica e moderna, Barcellona delle Ramblas e dei musei, Barcellona del Barri Gòtic e dell’Eixample, del gotico e modernista, del porto e del Tibidabo, di Mirò, di Picasso ma soprattutto Barcellona di Gaudì. Un genio, un santo, un invasato, ad ogni modo sempre una scoperta, una rivelazione: la vita e l’opera di questo artista si svolge quasi per la sua totalità qui, a Barcellona. Una città che lo ha accolto da studente, che grazie soprattutto ad un moderno mecenate, Eusebi Güell, lo ha fatto lavorare e gli ha dato modo di esprimersi con originalità; una città che lo ha anche dileggiato ma nello stesso tempo amato. E Gaudì ha dato qui e non altrove, quanto e più di quanto un uomo, un artista, un architetto possa mai dare nel corso della sua esistenza.

A piedi e in metropolitana sono tanti i punti della città raggiungibili dove Gaudì ha lasciato memoria di sé. Non locali dove andava a passare le serate come avviene per altre capitali ed altri artisti: lui che visse una vita solitaria e gli ultimi suoi anni in una stanza del cantiere della sua ultima e incompiuta opera, la Sagrada Familia; lui dal solido fervore religioso che si spostava dal cantiere solo per seguire le funzioni in una chiesetta non lontano e che trovò la morte sotto un tram, mentre attraversava la Gran via de les Corts Catalanes per recarvisi.

In questa città se nella cartina si può trovare un punto di un percorso che faceva, di un luogo che frequentava, un qualsiasi luogo geografico che legasse la sua esistenza a quella di altri mortali che facesse capire qualcosa della sua vita privata di una vita normale, familiare, di affetti ed amicizie, quel punto è solo l’incrocio in cui perse la vita. Ma in città ha lasciato ben di più: se stesso trasposto nelle sue opere, nelle sue case, nei progetti, nelle cattedrali, che non è una, non è solo la Sagrada Familia. Innalzate in onore a Dio sono tutte le sue opere: le abitazioni private, gli opifici, il parco, i monasteri sono tutti pervasi da un senso mistico, da una religiosità ancestrale. Ogni sua idea che poi diveniva progetto, un progetto affatto statico e definitivo, bensì impreciso ed elastico atto ad accogliere modifiche continue in corso d’opera, era pervaso di misticismo e sembra essere un’ode a Dio.

La croce a quattro bracci tridimensionale che campeggia su ogni sua costruzione ne è la prova più evidente e potrebbe essere la sua firma se non fosse che il suo stile è ben riconoscibile anche senza. Un ulteriore conferma la si trova anche nella facciata di una delle costruzioni più importanti di Gaudì, la casa Milà o Pedrera. Come poi sulle facciata e sulle guglie della Sagrada Familia, sulla facciata di questa che fu l’ultima casa privata progettata da Gaudì, compariranno le scritte tratte da testi sacri e da preghiere. Vi si legge in alto, da lettere applicate in pietra sulla pietra: Ave Gratia Plena e viene naturale di chiedersi il perché di un omaggio a Maria in una moderna palazzina di inizio secolo. Poi si entra in questa casa che l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità e si entra nel cuore delle sue creazioni, nella parte adibita ai suoi simili ad altri uomini, pronta a d accogliere intere famiglie in ambienti accoglienti e funzionali, moderni per la presenza di ogni confort, di elettrodomestici, in cui niente dalla dislocazione dei locali, dallo studio della luce che li inonda, dalle pareti mai rettilinee, dai pavimenti, alle maniglie delle porte, niente è lasciato al caso.

Modernisti li hanno chiamati i seguaci dello stile Liberty catalano di cui anche Gaudì seppur in maniera originale ha fatto parte, e moderne sono le sue case per quella fine di secolo, il 1800 che ancora viaggiava con le carrozze e l’inizio del nuovo, il 1900, poi ribattezzato il secolo breve che tutto quello che in passato era sopravvissuto per millenni, travolgerà in un batter d’occhio. A cavallo di questo passaggio epocale risale l’ampliamento di Barcellona nel quartiere moderno studiato a tavolino dall’architetto Ildefons Cerdà, l’Eixample. Ampi viali alberati a formare un reticolo regolare di strade perpendicolari tra loro lungo, sui quali si innalzarono le abitazioni dell’alta borghesia, e dove ebbero modo di sbizzarrire la loro creatività i giovani architetti catalani del movimento modernista. In questa parte della città sorgono e emergono, tra anonime abitazioni neoclassiche, le case progettate da Enric Sagnier, Domènech i Montaner, Josep Puig i Cadafalch e quelle ben riconoscibili di Gaudì. Per una di esse, la casa Calvet, Gaudì vinse il premio per la miglior progettazione dal comune di Barcellona.

Seguirono non distanti la Casa Batllò e la Casa Milà meglio conosciuta coma “La Pedrera“. Nella prima, già dall’esterno, salta subito all’occhio da cosa Gaudì traeva ispirazione. Il mondo animale e fossile viene trasposto in balconi e vetrate e le squame animali colpite nelle profondità del mare ispirano la facciata in vetri colorati. E’ dunque il creato, il mondo animale, le cavità organiche di mostri fossili a ispirare la fervida fantasia di Gaudì. Negli interni della Pedrera, negli appartamenti, non può sfuggire la ricerca attenta di nuove soluzioni progettuali, utili per far vivere bene gli uomini anche se caratteristica prima di tutte le opere di Gaudì sono le linee curve, che lui definiva le linee di Dio al contrario delle rette, le linee degli uomini. La facciata della casa Pedrera in angolo del Passaig de Gràtia è curva, ogni balcone è curvo, ogni balaustra in ferro, ogni pietra della facciata, tutto è ondulato anche nell’interno, le pareti, che avvolgono come ovatta morbida, le aperture delle grandi finestre, le rifiniture al soffitto e ancora la soffitta tutta ad archi cadenti e la terrazza tetto dove si gira intorno a due cortili interni, uno tondo e l’altro ovale, salendo e scendendo continuamente gradini.

Altra grande necessità dell’uomo: la luce forse anche interiore, simbolo del credo religioso che guida le anime e le opere degli uomini. E la luce non deve mai mancare in ogni stanza in ogni corridoio, nella stanza da lavoro, nello studio. Grandi quasi a parete intera sono le aperture che danno sulla facciata principale o anche nei cortili interni, creati allo scopo. Nella Casa Batllò non distante e realizzata pochi anni prima, Gaudì aveva studiato una forma ad imbuto per incanalare aria e luce nel cortile interno, i cui muri sono completamente rivestiti in piastrelle che sfumano dal quasi bianco all’azzurro intenso per riflettere luce fino ai piani più bassi.

L’attenzione costruttiva di Gaudì non si limitava a questi aspetti più consistenti della progettazione degli spazi ma scendeva fin nei particolari. Ogni maniglia di Casa Milà è diversa dalle altre e diremmo oggi ergonomica rilevata in ottone dal calco in argilla dove rimaneva impressa l’impronta della mano. Ogni porta d’ingresso ha applicata una grata in ferro e un’anta apribile per vedere e parlare con l’esterno senza aprire il portone. Gli spazi ampi del soggiorno composto da salottino e da sala da pranzo potevano venire separati da grandi porte scorrevoli a scomparsa. Anche i pavimenti venivano studiati nei materiali e nei disegni; motivi ricercati per il parquet del salotto, motivi più semplici per quello nelle camere private e piastrelle per i bagni dotati di scaldacqua e tutto il necessario e piastrelle anche per la stanza dei bambini.

Proprio in questa ultima una particolarità attira l’attenzione, le mattonelle esagonali del colore intenso della profondità del mare furono disegnate da Gaudì per Casa Battlò dove gli interni riportano spesso oltre al tema fossile quello marino. Nella stesso spazio esagonale trovano posto, in rilievo, parte di una conchiglia, di un polpo e di una stella marina che dall’unione delle mattonelle danno vita ad un animato quadretto marino. Non nella Casa Battlò però trovarono posto ma in Casa Milà e oggi si possono osservare anche lungo tutto il viale, uno tra i più importanti e mondani della città, dove sorgono le due case, il Passeig de Gràcia. Su questo viale i Barcellonesi nei primi anni del ‘900 passeggiavano la domenica pomeriggio per andare a vedere i progressi fatti da Gaudì nella costruzione di Casa Milà. Come anni prima avevano deriso caso Batllò chiamandola la casa delle ossa per i suoi riferimenti al mondo fossile, così per i grandi quantitativi di pietra che la sua costruzione richiedeva, Casa Milà fu ribattezzata “La pedrera” la cava di pietra.

Quella cava di pietra invece per Gaudì, e così si capisce il perché delle scritte dedicate a Maria, doveva divenire un vero e proprio grande piedistallo, un santuario cittadino dedicato alla Madonna, la cui statua colossale, doveva a lavori ultimati, essere innalzata sul tetto dove avrebbe sovrastato la città dall’alto. Ad opera quasi terminata violenti moti anticlericali scatenatisi in città resero insicura l’apposizione di questo ultimo e determinante monumento, che avrebbe potuto compromettere la sicurezza della costruzione qualora fosse stata scambiata per una chiesa. Gaudì non potendo completare l’opera con quello che non era per lui un dettaglio ma lo scopo di tutto il lavoro si disamorò della costruzione della quale non si occupò più.

Che non fosse solo una casa per Gaudì, ma certo qualcosa dal significato più profondo lo si capisce raggiungendo la soffitta dell’edificio. Da sola sembra una cattedrale. L’interno austero interamente in mattoni è tutto scanalato da archi cadenti in mattoni piatti, più alti e più bassi in un saliscendi continuo che ci ritroviamo poi a percorrere all’esterno sulla terrazza tetto. La soffitta che oggi ospita il percorso museale sulla Pedrera e sulle altre opere dell’architetto catalano, era destinata ad accogliere i panni stesi ad asciugare, delle famiglie che vi vivevano. Pur nella sua sublime struttura che fa pensare ad un luogo di preghiera e raccoglimento, la soffitta era stata progettata per svolgere al meglio la sua funzione al servizio degli uomini. Qui venivano stesi i panni e per questo il sistema di areazione ha un’importanza fondamentale. Le finestrelle quadrate lungo le pareti esterne dovevano garantire l’ottimale circolazione dell’aria sia per asciugare la biancheria sia per ventilare la soffitta in estate in modo da non trattenere e cedere il calore ai piani sottostanti. In inverno invece le finestre venivano chiuse per isolare l’ambiente.

Dalla soffitta infine si accede alla terrazza tetto dalla quale si domina tutta Barcellona dal Tibidabo al mare. La statua della vergine del rosario non vi trovò mai posto mentre vi si innalzano, vigili come tanti Don Chichotte con la strana armatura, i gruppi di camini e, spumose quasi volteggianti, le aperture dei vani scale e le prese per l’aria reinterpretate da Gaudì con la tecnica del tricandis che ritroviamo in ogni altra sua opera: le piastrelle di ogni colore rotte e ricomposte a mosaico aderiscono avvolgendo senza sforzo le linee curve con cui Gaudì modella tetti, guglie, pinnacoli.

Il Parc Güell sempre a Barcellona è l’apoteosi della tecnica del tricandis e anche il parco come la stessa Pedrera e tanti altri progetti di Gaudì non verrà compreso dai catalani. Sorto in cima ad un colle brullo dove arrivavano grigi quartieri operai, doveva essere una città ideale, una casa giardino destinata a sessanta famiglie. Solo due lotti trovarono l’acquirente e il progetto rimase incompiuto. Fu costruito l’ingresso con due casette che sembrano uscire dalle fiabe, la doppia scalinata a fontana dove pare arrampicarsi la famosa lucertola, l’imponente loggiato dorico che scavato nella montagna regge l’ampio piazzale delimitato da un lungo sedile ondulato dai colori sfolgoranti delle piastrelle rotte. In uno dei lotti venduti sorge ora la casa museo di Gaudì dove visse circa 20 anni della sua vita prima di farsi prendere completamente dal suo sogno di espiazione, la Sagrada Familia.

Sapeva ben prima di iniziare che non l’avrebbe ultimata, sapeva che avrebbe lasciato a molte generazioni successive il suo compimento, ma negli ultimi dieci anni della sua vita non abbandonò più il cantiere della Sagrada Familia neanche la notte. Forse pensava alla facciata della gloria o alle sue guglie quando fu travolto da un tram e, scambiato per un barbone, fu portato all’ospedale dei poveri della città, dove spirò. Barcellona lo aveva accolto, lo aveva seguito, dileggiato e non compreso ma infondo lo aveva amato e a suo modo rispettato. E se a Dio era offerta tutta l’opera di Gaudì, il lavoro di Gaudì si ispirava alle sue creature, alla natura e agli animali, mentre agli uomini, al loro benessere erano rivolte tutte le attenzioni progettuali. Ai funerali una moltitudine di gente, tutta Barcellona, rese omaggio al grande architetto le cui spoglie ancora oggi riposano nella cripta dell’unica cattedrale gotica ancora in costruzione.

Riepilogando, da vedere di Gaudì a Barcellona:
Casa Battlò
Casa Milà o La pedrera
Park Güell
Sagrada Familia

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3 risposte a "Barcellona di Gaudì: tra umano e divino"

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